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Gotthold Ephraim Lessing – Emilia Galotti – L’esempio estremo

Gotthold Ephraim Lessing – Emilia Galotti

L’esempio estremo

 

Da quanti anni ricordiamo/partecipiamo/celebriamo la Festa della Donna, l’8 marzo? Ormai ho perso il conto. Quando ero ragazza, la giornata e il suo carico di storia e significati, aveva il suo peso. Ora, la stessa espressione Festa della Donna, mi appare svuotata. Un bel titolo in grafia svolazzante, ma vuoto dietro. Poiché i libri sono la mia risorsa principale, ho pensato alle innumerevoli donne protagoniste di romanzi moderni e classici, che in qualche modo potessero rappresentare un’energia o un significato più ricco per l’8marzo. Impossibile scegliere, almeno per me. Altrettanto impossibile ricordarle tutte, ma da qualche parte si dovrà iniziare, no?

Perciò, sono partita da un hashtag e una mia iniziativa personale, #libriamarcord, che pubblico ogni tanto su TikTok e sulla mia pagina Facebook. Trovandomi davanti alla mia libreria di ragazza, la protagonista di #libriamarcord, ho fatto scorrere lo sguardo sullo scaffale dei classici, per poi fermarmi su un dramma teatrale, Emilia Galotti, di Gotthold Ephraim Lessing.

Appena ho preso in mano il libro, si è aperto il baule dei ricordi. L’università, il corso in letteratura tedesca, i romantici tedeschi, il desiderio di approfondire, di cercare la perla strana e trascurata, quella poco conosciuta. Ed ecco Emilia. Non credo che conoscano in molti lei e l’opera che la racconta, ma rivelo subito una cosa: lei muore. Una scelta bizzarra, per rappresentare le donne nella giornata che vuole vederle a tutti i costi guerriere, vincenti, splendenti, bellissime, mai sconfitte? (Almeno per una giornata.)

Forse. All’inizio l’ho pensato anch’io, dopo che il mio dito si è fermato sopra il libretto. Ricordavo la storia, e ricordavo che mi aveva lasciato confusa e un po’ arrabbiata, per quanto non riuscissi a fare luce su tutte le ragioni di quel profondo risentimento.

Piano piano, è emerso altro.

SINOSSI

Dopo il suo incontro con la giovane borghese Emilia Galotti, l’assolutistico Principe di Guastalla, Ettore Gonzaga, che se ne è follemente innamorato è convinto di farne la sua amante. Saputo che Emilia sta per sposare il conte Appiani dà pieni poteri al suo ciambellano Marinelli per far saltare le nozze. La carrozza di Appiani ed Emilia, diretta alla cerimonia, viene assalita da una banda di briganti assoldati da Marinelli e il Conte viene ucciso. L’imboscata era programmata nelle vicinanze della villa del Principe: Emilia vi viene condotta e lì viene accolta dal Gonzaga, ignara dell’intrigo dallo stesso tramato.

Alla villa arrivano anche la madre di Emilia e, poco dopo, la contessa Orsina, amante del Principe. Il quale ora, accecato dalla passione per Emilia, la vuol mettere da parte. Orsina incontra Ettore che però la fa allontanare. Gonfia di rabbia, la Contessa, che non vuole lasciare la villa, incontra Odoardo Galotti, padre di Emilia, e gli rivela alcuni aspetti del vile complotto posto in atto dal Marinelli per ordine del principe. In un primo momento Odoardo vorrebbe uccidere il Principe, ma è disarmato, la stessa Orsina allora gli dà un pugnale. Ma il padre di Emilia esita e presto abbandona l’idea della vendetta. Nel frattempo, per raggiungere il suo scopo, il Principe, sempre su consiglio di Marinelli, prospetta di allontanare Emilia dai suoi genitori e progetta una sistemazione forzata della ragazza dai Grimaldi, la famiglia del suo cancelliere. Emilia, offesa e disperata dall’inaccettabile situazione creatasi, provoca suo padre e infine gli chiede di toglierle la vita. A quel punto il padre Odoardo la pugnala e alla sua esclamazione «Dio, che cosa ho fatto!» Emilia pronuncia le sue ultime parole: «Eine Rose gebrochen, ehe der Sturm sie entblättert», ossia: «Ha appena spezzato una rosa, prima che la tempesta la sciupasse».

Quando entrano il Principe e Marinelli nella sala e scoprono il fatto con orrore, Odoardo confessa e si mette nelle mani del Gonzaga, aspettando giudizio. Quest’ultimo, da buon codardo, attribuisce al suo ciambellano la responsabilità della tragedia e lo caccia in esilio.

 

Gotthold Ephraim Lessing

Emilia Galotti

Traduzione di: Nello Sàito

Pagine: 100

Genere: Letteratura teatrale

Giulio Einaudi Editore

 

Il mio dialogo con il libro

Appena chiuso il libro, mi viene da dire: ci risiamo. Un’altra donna vittima dell’ottusità e degli istinti maschili. Un altro tentativo di ammaestrare le donne mostrando loro solo la via della vittima sacrificale, o della vita da schiava assoggettata alle voglie maschili.

È proprio così?

Io non mi cimenterò nella critica storica o nel tentativo di interpretare il messaggio di Lessing. Antologie universitarie, saggisti ed esperti di letteratura tedesca saprebbero informarvi a fiume su questo. Scrivo quello che ho visto e percepito io in Emilia e che ha fatto risuonare qualcosa.

Se riduco la vicenda ai minimi termini, questa è molto semplice. Una bella ragazza dotata di una testa pensante, di propri valori e ideali, sogna una vita accanto ad un uomo che condivide con lei valori e atteggiamenti. Sarebbe il trionfo dell’amore. Purtroppo, Emilia non fa i conti con l’oste proverbiale, che qui s’incarna in un odioso signorotto nemmeno troppo intelligente, Ettore Gonzaga. Il nobilotto, abituato a seguire i dettami di altri organi (la sinossi parla di un elegante “innamoramento folle” e improvviso per Emilia, ma sappiamo anche abbastanza bene di che cosa si tratta in realtà) e i propri capricci, scambiandoli per linee guida valide per tutti, decide che dovrà essere sua, e al diavolo il suo fidanzamento, e il suo fidanzato. Questo porta alla tragedia finale, Emilia muore.

Qui mi fermavo e qui nasceva la mia rabbia. Ma perché deve sempre soccombere la donna? Perché gli uomini se la cavano sempre? E giù a ricordare altri esempi, come Medea, la Sposa di Kill Bill, Lady Macbeth, ecc.

Emilia, però, non è una principessa colchide invasa dal desiderio di vendetta, e nemmeno un’esperta di arti marziali ritornata dall’oltretomba. È una fanciulla del suo tempo, soggetta a regole ferree che non può spezzare, se non mettendosi nei guai. Ma non è il suo ruolo, quello della rivoluzionaria sulle barricate. Non deve rovesciare “il sistema”, né mettersi a capo di una ribellione di donne.

Nella sinossi, Emilia è indicata come “sconvolta e offesa”. Non sopporta l’idea di essere trasformata in una prostituta sotto la bella espressione di “amante del principe”, non per sua scelta. E la notizia che il suo promesso sposo è stato ucciso, non fa che esponenzializzare la sua rabbia. La rabbia mescolata al dolore produce esplosioni atomiche. Fino a quel momento, Emilia ha seguito valori ed esempi molto precisi, che per lei sono stati la sua luce guida. L’onestà, la rettitudine e la predisposizione a rifiutare compromessi.

Di fronte alla bassezza e al capriccio di un potentucolo senza troppi attributi, Emilia ricorre a sé stessa. E usa un’arma potentissima, con una manipolazione magistrale, proprio da donna: suo padre. È lui che l’ha educata all’onestà prima di tutto, e che meglio di tutti può comprendere la profondità della sua rabbia.

Se non posso vivere come dico io, moglie di chi dico io, con la reputazione e l’atteggiamento che io ho scelto di avere, allora al diavolo questa vita, me ne vado. Questo è il ragionamento che ho visto nelle parole apparentemente lacrimose di Emilia, ma quanto forti, in realtà! E quando vede il padre tentennare, non ha ripensamenti o dubbi. Emilia affonda un colpo basso alla base dei principi onesti del padre: se tu fossi anche solo la metà del padre dell’antica e splendida Lucrezia, sapresti che cosa fare.

È troppo. Odoardo Galotti risponde affondando una lama nel petto della figlia. Un’altra violenza, quindi?

No, questa è la volontà di Emilia. È lei che ha scelto, lei che ha creato la possibilità di un ultimo dialogo con il padre, è lei che lo ha manipolato ad attuare il suo piano.

E anche se lei muore, sembrando apparentemente una vittima, è una vincitrice.

Non si è piegata a chi le imponeva una scelta per lei ripugnante.

Ha usato le regole ferree della società contro chi le ha imposte.

Ha dimostrato dove sta il vero potere, che può superare di molto persino quello temporale e assoluto di un signorotto senza attributi e principi.

 

L’autore

Gotthold Ephraim Lessing (Kamenz, 22 gennaio 1729 – Braunschweig, 15 febbraio 1781) è stato uno scrittore, filosofo e drammaturgo tedesco, ritenuto il principale esponente dell’Illuminismo letterario e filosofico tedesco.
Lessing divenne celebre per i suoi drammi Minna von Barnhelm (1767), Miss Sara Sampson (1755), Emilia Galotti (1772) e soprattutto Nathan il saggio (1779), in cui esponeva i suoi ideali di solidarietà e tolleranza.[1]

Scrisse diversi saggi di estetica, tra cui il Laocoonte ovvero sui confini della pittura e della poesia (1766), importante per la sua confutazione dell’idea classica di equivalenza tra poesia e pittura: contro la pretesa “unità” dell’arte Lessing si esprimeva per la “pluralità” e per la differenziazione, ed insieme per la legittimità del “brutto” in estetica. Fondatore nel Laocoonte di quello che in termini moderni si può definire principio di astrazione, opposto al “pernicioso” e fino allora saldissimo principio dell’imitazione. In questo modo Lessing innesca il “libero gioco dell’immaginazione” contrapposto alla mera copia di ciò che è già disponibile in natura.

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